Fed più “falco”, quali le implicazioni per gli Emergenti secondo Schroders

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di James Barrineau, Co-Head of Emerging Markets Debt Relative di Schroders

Una posizione un po’ più da falco da parte della Federal Reserve – che all’incontro del FOMC del 28 ottobre ha aperto le porte a un aumento dei tassi in dicembre – potrebbe rallentare la ripresa delle valute dei Mercati Emergenti. È tuttavia probabile che la ricerca globale di rendimento eviterà che il debito dei Mercati Emergenti denominato in dollari registri una sostanziale flessione dei prezzi.

Dopo essere crollate di più del 15% quest’anno, le valute dei Mercati Emergenti, in seguito al calo delle probabilità di un aumento dei tassi della Fed nel 2015, hanno registrato un rally di circa il 5% a ottobre; di conseguenza il rally del dollaro americano, in corso da anni, si è arrestato. Il dollaro più forte e le valute dei Mercati Emergenti più deboli sono andati di pari passo principalmente dall’inizio del “taper tantrum” nel maggio del 2013, quando l’eventualità di un innalzamento dei tassi USA ha incominciato a prendere piede. Le valute dei Mercati Emergenti, in media, sono crollate di circa il 40% da allora, pertanto è difficile non affermare che un ciclo di rialzi dei tassi da parte della Fed non sia stato ben anticipato in questa asset class. Alcune conseguenze di un dollaro più forte, come ad esempio un indebolimento dei prezzi delle materie prime, hanno ugualmente contribuito a danneggiare il sentiment.

In generale, i tassi di cambio reali nei Mercati Emergenti sono a livelli che non si vedevano dall’inizio del secolo e i Paesi che hanno storicamente registrato considerevoli disavanzi delle partite correnti stanno vedendo tali deficit ridursi drasticamente, in scia alla maggior debolezza delle valute e ai minori livelli di importazioni, data la frenata della crescita.

La parte denominata in dollari del debito dei Mercati Emergenti è una storia completamente differente. Dall’inizio dell’anno entrambi gli indici sull’obbligazionario emergente, sia del debito corporate sia di quello sovrano, sono saliti di circa il 3%. Anche con ritorni positivi e un rally a ottobre, gli spread sui Treasury statunitensi rimangono generalmente più ampi, almeno di 50 punti base, rispetto alle medie storiche. L’anticipazione da parte del mercato di un prolungamento dell’era dei tassi bassi rende i Mercati Emergenti uno degli ultimi avamposti disponibili per generare income. La stabilità delle obbligazioni in dollari, anche se i fondamentali dell’asset class nei Paesi più grandi peggiorassero, dovrebbe continuare, a meno che non si materializzi uno shock ancora più negativo.

Sebbene la divergenza tra le politiche monetarie globali dei mercati sviluppati abbia generalmente implicato un dollaro più forte e un debito dei Mercati Emergenti debole, tale schema potrebbe mutare se da qui in avanti i dati sull’economia USA continuassero a giustificare nulla di più se non un leggero aumento dei tassi, anche se la Fed dovesse agire a dicembre. Una Banca Centrale Europea (BCE) con un atteggiamento più “da colomba”, potenziali maggiori stimoli da parte della Bank of Japan (BoJ) e continui allentamenti sporadici della Cina, indicano che la liquidità globale rimarrà elevata.  Gli evidenti minor timori di un “atterraggio brusco” della Cina sono di supporto per l’asset class. Una delle misure sulla liquidità – il cambio nelle riserve estere nell’asset class – ha mostrato una certa ripresa, poiché l’appetito per il rischio è significativamente aumentato a ottobre. Inoltre, le emissioni di debito sono ripartite in diversi Paesi, alleviando così i rischi legati al rifinanziamento.

In conclusione, sebbene il fatto che il primo rialzo dei tassi della Fed sia scontato per dicembre possa causare temporaneamente un ritorno del nervosismo sul mercato, crediamo che la bassa probabilità di un ciclo di rialzi esteso e la considerevole liquidità globale assicurata dalle Banche centrali dei Paesi Sviluppati facciano diminuire le probabilità di un ritorno alle preoccupazioni croniche sugli Emergenti.

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