Cina, il peggio sembra passato

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A cura del Team di Research & Investment Strategy di Axa Investment Managers

Mercati in peggioramento. Nello scorso mese è proseguita la fase di correzione degli asset più rischiosi, in particolare gli indici azionari globali sono scesi ancora del 2% (MSCI Word, in USD). Questi sviluppi sono imputabili ad un passaggio del mercato da uno scenario di crescita modesta ma stabile ad uno di crescita stagnante con rischio di recessione. I toni prudenti della Fed in occasione dell’incontro di settembre hanno confermato questi timori e alimentato le tensioni sul mercato.
Noi riteniamo che queste preoccupazioni siano eccessive. Essere prudenti sull’economia globale nel medio periodo è ragionevole, però crediamo che una recessione sia improbabile nel breve termine. Al centro del clima di incertezza c’è la Cina, ma siamo convinti che il peggio sia passato.

Occhi puntati sulla Cina. Dopo l’estate, l’attenzione si è rivolta alla Cina. Tutto è iniziato con una forte correzione del mercato azionario che si è trasformata in una crisi di fiducia più profonda sulla crescita in Cina e negli EM in generale. In particolare, una non ottimale gestione della fase di turbolenza dei mercati azionari e la scarsa comunicazione sul nuovo sistema di cambio hanno fatto preoccupare i mercati per la perdita di credibilità delle autorità cinesi e l’incapacità di contenere la crisi.
Crediamo che la debolezza economica in Cina si è manifestata prevalentemente nel primo semestre. I dati sulla crescita probabilmente saranno rivisti al ribasso per riflettere meglio altri indicatori, soprattutto il forte calo delle importazioni. Una causa fondamentale è riconducibile al fallimento degli interventi fiscali a sostegno dell’economia.

Buona parte dei dati sono eterogenei, e segnalano la fragilità del contesto economico. Tuttavia, ci aspettiamo una stabilizzazione tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016. Il rallentamento temporaneo dovuto alla Victory Day Parade svanirà, le misure di politica monetaria e fiscale dovrebbero sostenere l’economia e crediamo che i dati ad alta frequenza seguiti dal mercato sovrastimino la debolezza, concentrandosi sulla “Vecchia Cina” (industria e commercio) anziché sulla “Nuova Cina” .

Siamo certi di due fattori. L’economia cinese sta rallentando in linea con i piani del governo, ma non sta precipitando. La transizione da un modello economico all’altro può essere un percorso accidentato che implica dei rischi, ma il processo ci sembra ormai ben avviato. Rivediamo leggermente al ribasso le stime di crescita nel 2016 al 6,2%. La Cina dispone ancora degli strumenti per contenere un’eventuale crisi economica. I rischi di recessione sono contenuti. Le autorità possono ricorrere ancora alla politica fiscale e soprattutto alla politica monetaria. Effettivamente ci aspettiamo nuove misure entro fine anno. Le autorità difficilmente permetteranno una forte svalutazione del renminbi, visto il debito del settore privato in valuta estera. Se i deflussi di capitale continueranno, probabilmente ricorreranno alle riserve valutarie.

Mercati emergenti sotto fuoco incrociato. La correzione nei mercati emergenti è partita dalla Cina: gli EM in Asia hanno subìto il rallentamento della domanda cinese e molti paesi, tra cui Malesia e Singapore, stanno entrando in recessione. Ma gli scambi commerciali globali mostrano segnali di miglioramento in linea con il ciclo economico, mentre la domanda estera in Asia dovrebbe normalizzarsi. Allo stesso tempo, il calo dei prezzi delle materie prime ha fatto salire la pressione sugli esportatori di commodity.

Il divario tra consumatori e produttori di materie prime nei mercati emergenti si traduce in politiche monetarie divergenti. I prezzi bassi delle materie prime alimentano le pressioni al ribasso sulle valute che a loro volta fanno salire l’inflazione e di conseguenza le probabilità di una stretta monetaria. La Colombia ha già deciso di alzare i tassi di interesse e altre economie dell’America latina, come Cile e Messico, potrebbero seguirne l’esempio. Invece, le pressioni più contenute sulle valute in Asia (tranne che in Malesia) dovrebbero consentire alle banche centrali di tagliare i tassi di interesse a sostegno dell’economia (Corea, Tailandia, Filippine e Singapore).

I mercati emergenti risentono di altri sviluppi pertanto serve un approccio prudente. Primo, diversi paesi presentano instabilità politica. Il Brasile si trova da tempo in una fase di impasse politica e il mese scorso i problemi fiscali del paese hanno portato al declassamento del rating da parte di S&P. Le imminenti elezioni in Turchia e Polonia difficilmente produrranno un esito favorevole al mercato. Secondo, la prospettiva di un rialzo dei tassi da parte della Fed pesa sui mercati emergenti, con deflussi di capitale e timori circa la leva elevata in valuta forte.

I paesi emergenti in Europa sembrano un’isola di stabilità, poco esposti nei confronti della Cina e protetti dalla crisi finanziaria grazie agli interventi della BCE. Sfortunatamente, lo scandalo Volkswagen getta un’ombra su Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia, dove operano la maggior parte dei fornitori dei produttori di automobili tedeschi.

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