Bevers (Petercam): “Cina, crescita 7% impossibile senza minare le riforme”

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di Hans Bevers, Senior Economist, Petercam IAM

Il 19 ottobre la Cina ha pubblicato il dato sulla crescita economica del terzo trimestre, leggermente calato dal livello del 7% visto nella prima metà del 2015 e attestatosi al 6,9%, comunque un po’ più alto del consensus (6,8%). Tuttavia, ciò non ci dice nulla, in pratica: il dato ufficiale deve essere preso con le pinze. Diversi indicatori “soft” come la produzione di energia elettrica o il traffico merci suggeriscono che la crescita economica, ultimamente, sia stata notevolmente sopravvalutata. Allo stesso tempo, la messa a punto di misure di stimolo come i tagli dei tassi d’interesse e delle imposte sull’acquisto di automobili, i progetti infrastrutturali e l’abbassamento della somma di anticipo per l’acquisto della prima casa dovrebbero assicurare che verrà evitato un atterraggio brusco a breve. A tale proposito, la nuova accelerazione della crescita del credito è incoraggiante. Ciò detto, rimaniamo in qualche modo preoccupati circa le previsioni di medio lungo periodo, poiché si rivelerà sempre più difficile conciliare le riforme strutturali con una crescita elevata.

Dal 2010, la Cina è entrata in una nuova fase di riforme. Dopo Deng Xiaoping, Zhao Ziyang e Zhu Rongji, l’attuale presidente, Xi Jinping, si è posizionato come un altro riformatore da ricordare. Già nel 2007, l’ex primo ministro Wen Jibao ha etichettato come instabile, non bilanciata, scoordinata e insostenibile l’economia, ma la Grande Recessione gli ha praticamente impedito di intervenire su questo fronte. Le intenzioni di Xi di attuare delle riforme sono state manifestate durante il Terzo Plenum del partito a novembre del 2013. Da allora, sono stati registrati dei progressi significativi in diverse aree tra cui la liberalizzazione dei tassi d’interesse, la sicurezza sociale, la semplificazione amministrativa e la riforma bancaria e finanziaria. Poi, sono state adottate misure prudenti per l’apertura del conto capitale e per la flessibilità del tasso di cambio. Questo non sarà mai un processo facile. Ciò è stato dimostrato chiaramente dal lieve deprezzamento dello yuan visto durante l’estate. Inoltre, il ruolo del Governo nel recente ciclo di boom e crollo del mercato azionario suggerisce che la Cina ha ancora molta strada da fare per lasciare che il mercato giochi un ruolo più decisivo, messaggio chiave del Plenum di due anni fa. Detto ciò, i progressi recenti sono stati reali e l’approccio goffo ai problemi del mercato azionario dovrebbe essere perdonato, nel grande schema delle cose.

Malgrado segnali convincenti di un rallentamento molto più brusco, il dato ufficiale suggerisce che l’economia si stia ancora espandendo “intorno al 7%”, target ufficiale di crescita. Tale obiettivo attirerà molta attenzione in questi giorni. Ieri infatti è iniziato il quinto Plenum, che durerà fino a giovedì, in cui i funzionari discuteranno il tredicesimo piano quinquennale. Idealmente, i policy maker potrebbero farne a meno, così da concentrarsi totalmente sul ribilanciamento dell’economia. Tuttavia, la probabilità che ciò accada è piuttosto bassa, dato che i funzionari continuano a sottolineare che è necessaria una crescita del 7% per raddoppiare, entro il 2020, gli standard di vita del 2010. Tutto sommato, non riteniamo che questo sia fattibile senza minare i progressi sul fronte delle riforme strutturali. La riconciliazione di entrambi gli obiettivi potrebbe provocare una politica “stop and go” che implica un permanere dei timori di un atterraggio brusco. I policymaker, ovviamente, potrebbero decidere di migliorare artificiosamente il dato sulla crescita, ma ciò non allevierebbe le preoccupazioni su quanto velocemente stia crescendo in realtà l’economia cinese. Malgrado tutti i ponti che la Cina ha costruito nel corso degli ultimi due decenni, l’attraversamento del fiume sembra destinato a rimanere molto difficile.

 

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